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Se n’è andata Michela Murgia

Michela Murgia
Michela Murgia. Keystone / Peter Schneider

A maggio aveva rivelato la malattia, ieri è morta la scrittrice italiana Michela Murgia. Aveva 51 anni. In un'intervista al Corriere della Sera aveva annunciato di soffrire di un cancro ai reni al quarto stadio.

Dopo aver reso pubblica la sua malattia la scrittrice, drammaturga, opinionista, ha raccontato sui social i momenti privati, celebrando la sua famiglia “queer” ma anche continuando le sue battaglie da attivista per i diritti.

Nata a Cabras in Sardegna nel 1972, Michela Murgia ha esordito con “Il mondo deve sapere” (2006), romanzo tragicomico sul mondo dei call center, che ha ispirato l’opera teatrale omonima e il film “Tutta la vita davanti” (2008) di Paolo Virzì con Sabrina Ferilli e Micaela Ramazzotti.

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Molto legata alla sua terra, nel 2008 ha firmato “Viaggio in Sardegna”. Due anni dopo è uscito “Accabadora”, premio Super Mondello e premio Campiello, mentre è del 2011 “Ave Mary”, riflessione sul ruolo della donna nel contesto cattolico. Anche perché, di formazione cattolica, Murgia è stata in gioventù è stata animatrice di Azione Cattolica e referente regionale del settore giovani.

Tra le sue opere successive “Presente”, “L’incontro”. l saggio breve sul femminicidio “L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!”; e ancora “Futuro interiore”, “L’inferno è una buona memoria”, il saggio “Istruzioni per diventare fascisti”, “Noi siamo tempesta”, “Stai zitta”, “God save the queer”.

Lo scorso 11 giugno Murgia aveva annunciato il ritiro dall’attività pubblica. A metà luglio aveva sposato l’attore e regista Lorenzo Terenzi, anche come atto di denuncia delle carenze legislative italiane sulle coppie di fatt.

Michela Murgia aveva spesso affermato che la malattia deve anche essere trattata come un pezzo di normalità e anche ai microfoni della RSI aveva ribadito la sua contrarietà alla retorica della “battaglia” con il cancro: “Sono stata molto fortunata perché ho incontrato un medico che non ha mai usato con me la parola guerra. Non ha mai detto ‘combatteremo’, ‘devi essere una guerriera’ o ‘siamo in trincea’. Questa terminologia non aiuta a guarire, a me non interessava parlare della malattia ma della cura, e delle parole che usiamo per raccontare i percorsi”.

Ecco l’intervista della RSI registrata nel mese di marzo di quest’anno:

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